Disturbi del comportamento alimentare

I disturbi del comportamento alimentare: la famiglia e il momento di crisi

La famiglia di un soggetto che soffre di disturbi del comportamento alimentare, è sempre coinvolta. ‘Non si mangia mai senza l’Altro’ è la frase che riassume il legame indelebile con le primitive dinamiche di interazioni e rapporti con le figure dei genitori.

La famiglia dunque c’entra, per la sua presenza, o per la sua assenza. Sovente si situa nell’infanzia del soggetto il momento in cui si sono poste le basi per l’edificazione dell’armatura costituita dal corpo magro, legato ad un difetto nella relazione con l’Altro familiare.
Nel corso della crescita, tali modelli di relazione si trascinano e si ripetono nelle interazioni che l’individuo ha con amici, fidanzati, colleghi di lavoro.

La matrice resta comunque una fissazione ad una fase dello sviluppo dove la parola e la domanda sono inciampate, e il cibo ne ha preso il posto. Quando un adolescente chiede aiuto per uscire dal disturbo alimentare, la famiglia viene coinvolta, ma in absentia.
Si cerca cioè di risalire alla dinamiche inceppate con la madre, o col padre, concedendo però al soggetto l’unicità della scena. Quando si accetta la richiesta di un soggetto sofferente per disturbi del comportamento alimentare, solitamente la prima fase è, solo apparentemente, la più difficile da trattare.

Perchè? Il soggetto entra con le stigma del pericolo di vita, solitamente smagrito oltre la misura limite, dopo che è stato visto da diversi specialisti (dall’internista al medico, passando per il nutrizionista).
Questa è la fase più ‘dura’ da medicalmente parlando, trovandosi spesso egli in pericolo d’inedia. Quando irrompe la fase bulimica, quando cioè l’armatura anoressica inizia a sfaldarsi lasciando libero ingresso alla pulsione, tracimando in abbuffatte sregolate che riportano, seppure per breve tempo, il peso in una posizione di ‘sicurezza’, quello è il momento più difficile per l’analista.

Perchè? Lo sgretolarsi di quell’abito asfissiante e privo di parole che l’anoressica aveva cucito sulla propria pelle, è funzionale a chiudere con una toppa sintomatica una serie di questioni che, se un tempo pativano del non trovare possibilità di ascolto e comprensione, vengono incapsulate dietro ad un elemento monotematico: il corpo magro; il quale funziona come il cappotto di cemento che riveste la centrale di Chernobyl.
Dunque sono autorizzate a restare silenti perchè l’identificazione con le ossa funziona, e il soggetto viene trattato quasi esclusivamente per questo.

Quando tutto ciò viene meno, tutte le questioni irrisolte, i patemi, i dolori, le domande cadute nel vuoto, le delusioni, tracimano in studio addosso all’analista , inondandolo proprio perchè la diga anoressica non riesce piu’ a contenerle.

É il momento più difficile perchè sono in quasi totalità domande che non possono essere esaudite oggi, riferendosi a richieste di amore o di attenzione pregresse, nei confronti delle quali vige il non luogo a procedere (ad esempio, il posto in famiglia non ottenuto nella fase pre adolescenziale non viene oggi offerto magicamente dai genitori. Le violenze subite nell’infanzia, riemergono nelle loro virulenza).

Inoltre l’analista vive maggiormente questa difficoltà in quanto i professionisti che lo coadiuvano, i quali si occupano del corpo, tendono ad allentare la morsa , tranquillizzati dal vedere l’aumento del peso, che per molti è ipso facto sinonimo di guarigione.