Psicoanalisi, critiche e dibattiti: in risposta a Corbellini

Stare dalla parte della psicoanalisi e degli psicoanalisti significa impedire che si insinui quel soffio generatore di un’atmosfera paranoica e cospiratrice che, guidando la mano in un riflesso condizionato, porta a negare le diverse critiche che ci prendono di mira. Chiunque tiri un sasso contro il nostro studio cerca in qualche modo di dirci qualcosa.

A proposito del dibattito suscitato dalla lettera di Gilberto Corbellini, è mia convinzione che la cosa migliore per chi si occupa di psicoanalisi, e ne ha a cuore le sorti, sia quella di non obbedire alla logica degli opposti estremismi. È invece importante saper individuare spunti di riflessione anche quando contenuti in missive come questa: a mio parere durissima, denigratoria, generalizzatrice, dissacratoria, priva di argomentazioni costruttive, con un veleno in cauda che fa presupporre un pregiudizio atavico ed inscalfibile.

Stare dalla parte della psicoanalisi e degli psicoanalisti significa impedire che si insinui quel soffio generatore di un’atmosfera paranoica e cospiratrice che, guidando la mano in un riflesso condizionato, porta a negare le diverse critiche che ci prendono di mira. Chiunque tiri un sasso contro il nostro studio cerca in qualche modo di dirci qualcosa. È nostro compito capire perché ciò avviene e quale posizione abbiamo occupato, tale da generare un gesto aggressivo. Jacques Lacan ha scritto che se l’analista “ha preso quel posto, tanto peggio per lui. Ha nondimeno la responsabilità che pertiene al posto che ha accettato di occupare”.

Un grido, ancorché provocatorio, può essere la punta di un movimento di critica che ci interroga, e ci chiede conto. Ed è li che come analisti dobbiamo farci trovare. Questo attacco non deve essere inteso come rivolto alle nostre persone, essendo noi semplici garanti di una posizione transeunte, che ci impone di farci trovare pronti sullo scambio dialettico, sul dare e avere con un’opinione pubblica sempre più evoluta, satura di diagnosi preconfezionate dalla quinta edizione Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5, APA 2014), che chiede alla psicoanalisi quelle risposte immediate che noi non possiamo dare. 
Un’analisi è infatti qualcosa che, pur partendo dal sintomo che procura sofferenza, lo eccede e lo trascende, ottenendo in corso d’opera effetti terapeutici che diventavo sovente secondari rispetto al cuore della questione che sottende il disagio del soggetto.

Perché esistono questi attacchi alla psicoanalisi? È abbastanza chiaro, e chi fa lo psicoanalista lo sa bene, che la questione della verificabilità dei nostri risultati è una questione che noi dobbiamo porci, pena aumentare a dismisura il bacino di utenza di soggetti che come il signor Corbellini ci danno addosso, incontrando spesso dall’altra parte non una risposta precisa, efficace e ragionevole come quella della presidente della Società Psicoanalitica Italiana (SPI), quanto una difesa acritica che, sbagliando, pone la psicoanalisi come un dogma inattaccabile, e non come un corpus clinico e teorico in continuo divenire.

La psicoanalisi si basa ancora sulla tripartizione freudiana (nevrosi, psicosi, perversione), ma ha subito mutamenti legati al tempo che noi viviamo. Non tratta solo grandi isterie di freudiana memoria, non è solo strumento che accompagna un soggetto nel riannodare o sciogliere i punti cruciali della propria vita, ma oggi si rivolge anche ai sintomi contemporanei assai diffusi (si pensi alle fobie, agli attacchi di panico, al disturbo post traumatico da stress, ai disturbi del comportamento alimentare), malesseri per i quali molti pazienti non vogliono una risposta farmacologica sic et simpliciter, quanto piuttosto desiderano indagare a fondo le ragioni di quel che loro sfugge e porta sofferenza. Come ho avuto modo di scrivere in un’intervista su Il Foglio, l’invenzione lacaniana del sintomo pone oggi la psicoanalisi in grado di decifrare gran parte del disagio attuale. È normale pensare a punti di criticabilità, di fallibilità, spesso contestati dal paziente che non può sempre e solo essere ‘resistente all’analisi’. Se da un lato la lettera di Corbellini è violenta e devastante, è altrettanto vero che la letteratura nei confronti contro la malapratica analitica è troppo ricca, troppo vasta, troppo articolata per non domandarci perché tanta gente ci dà addosso.

Non passa giorno che voce non si unisca al coro di attacchi alla disciplina di Freud e ai suoi attuali nipoti. Non tanto all’analisi tout court, quanto alla cattiva psicoanalisi, per molti purtroppo sovrapponibile alla prima. Oltre al J’accuse di M. Onfray , “Crepuscolo di un idolo. Smantellare le favole freudiane“, ci sono i pamphlet dell’intellighenzia europea ed italiana: il feroce e unilaterale “Il libro nero della psicoanalisi“, “Il caso Marilyn M. e altri disastri della psicoanalisi“, “Inconscio ladro!” di Elisabetta Ambrosi, il godibile “Alice nel paese degli analisti“, per finire con l’ottimo “Al di là delle intenzioni. Etica e analisi“ di Luigi Zoja.

Perchè periodicamente gli psicoanalisti sono sempre più soggetti all’accusa di tramutarsi in ‘guru’ in cerca di adepti da irregimentare? Se ben guardiamo la blogosfera (a tutti gli effetti il fronte delle voci più libere) la schiera dei detrattori e critici non è più solo formata da trinariciuti organicisti che negano tout court la validità dell’introspezione e non riconoscono lo statuto dell’inconscio, ma da tanti pazienti, o analizzanti, i quali possono solo accodarsi nelle innumerevoli discussioni sui forum per lagnare l’inefficacia del trattamento analitico, o denunciare errori pagati a caro prezzo, non solo economico. Fino a quando, di fronte ad una critica sempre più vasta e sempre più articolata, si percorrerà la via del ‘non è vero nulla’, rimandando un serio dibattito, restando indifferenti a queste istanze? Gli aspetti da esaminare riguardano principalmente controindicazioni che possono derivare da un’analisi inefficace. Non tutti sanno preventivamente che un’analisi sbagliata può causare seri danni, e che in caso di un rapporto deleterio, non esistono istanze alle quali fare riferimento. Io, avendo incontrato gli effetti della malapratica analitica, so bene che chi va su un lettino oggi, non ha precise garanzie di terzietà, di protezione da errori. Ecco il vulnus principale dell’instrumentum analitico. In campo medico, se un’operazione va male, il malato può rivolgersi all’azienda sanitaria, al tribunale dei diritti del malato, o altro ancora. Nel campo della psicoanalisi, se una cura si inceppa o deraglia è ben difficile trovare un luogo nel quale portare le proprie rimostranze. È fondamentale che l’analista abbia a fondo scavato nelle sue zone opache, quelle che conducono a errori, e se ne assuma la responsabilità tenendo quel posto senza fuggire, esponendosi alla prova dei controlli, delle supervisioni ma anche delle critiche del paziente facendole sue.

Il miglior modo per difendere la psicoanalisi è dunque renderla trasparente esaltando in tal modo la sua eccellenza, che fortunatamente continua ad esistere. Un analista che sbaglia diagnosi, magari distratto da altre cose, o semplicemente con un lavoro su se stesso stagnante, espone il paziente a rischi talora altissimi. Il ‘controtransfert’ è quella risposta relazionale ed emotiva dell’analista verso il paziente, utile nel processo analitico fino a quando non diventa una pioggia di detriti che provengono dall’analista, il quale senza controlli, può scaricarli sul malcapitato paziente. Chi non ricorda l’analista Moretti de ‘La stanza del figlio’, irritato perché il paziente Orlando con un ritardo ha fatto sì che lui non fosse vicino al figlio nel momento della disgrazia? Ecco, quella scarica di rabbia che gli riversa addosso in seduta, è un controtransfert incontrollato. Lacan tratta la questione del controtransfert :

(…) Come è scritto da qualche parte, se si trascurasse quell’angolo dell’inconscio dell’analista, ne risulterebbero delle vere e proprie zone cieche, da cui conseguirebbero eventualmente nella pratica fatti più o meno gravi e incresciosi: misconoscimento, intervento mancato o inopportuno, o persino errore.

Cosa garantisce al paziente che, accortosi di questo, l’analista immediatamente lasci quel posto e non arrechi danni? Nulla. Il movimento psicoanalitico garantisce terzietà? Per esserlo, è necessario che chi apre le porte alla gentilezza sia, in questo caso, gentile, parafrasando al contrario la lezione di Brecht. È fondamentale che lo psicoanalista sia, al netto della conduzione della cura, inserito in una rete, più ampia, che possa osservare ed eventualmente correggere eventuali errori. Sia insomma ‘giudicabile’.

Non va dimenticato che l’analisi è un luogo particolare, una sorta di ‘no man’s land’ nella città, uno spazio vuoto, una zona franca addobbata con gli affreschi della propria esistenza, che noi diamo in custodia all’analista. Si può paragonare il setting analitico ad un’officina nella quale, grazie ad un buon avvitatore, tutte le viti della macchina vengono allentate. Svitate quel tanto che basta perché il guscio mostri la sua mobilità, e si possa giungere all’anima del motore. Una destrutturazione guidata. È la terra di un uomo che piange e rimemora il passato, un uomo che sogna e in quel luogo sa di poter proiettare le diapositive più intime perché garantito dalla sicurezza. Ecco perché gli errori possono avere effetti così gravi. Quando le viti sono allentate, i colpi accidentali vanno più in profondità, si riverberano sull’intera struttura. Le scuole psicoanalitiche hanno sviluppato gli anticorpi per saper contenere e correggere questi svarioni? Il mondo scientifico chiede alla psicoanalisi alcune cose che la disciplina di Freud e Lacan non può dare: verificabilità, standardizzazione dei dati, questo perché la psicoanalisi è essenzialmente ‘uno per uno’. Ma garanzie verso il paziente quelle sì. Oggi quelle devono essere fornite.

L’analista, dico, da qualche parte, deve pagare qualcosa per reggere la sua funzione. Paga in parola, paga con la sua persona. Infine bisogna che paghi con un giudizio sulla sua azione. È il minimo che si possa esigere

È rispettata questa massima di Lacan?

Io ho indagato a fondo la questione dalla malapratica analitica, perché l’ho conosciuta e pagata sulla mia pelle di analizzante.

Il trauma è dato dal fatto che certi avvenimenti vengono a situarsi in un certo posto di quella struttura, vi assumono il valore significante che vi è connesso in un determinato soggetto. Ecco in che cosa consiste il valore traumatico di un avvenimento.

Questa frase di Lacan rimase per me a lungo enigmatica sino a che non ne sperimentai la verificabilità su di me e, in seguito, i suoi effetti di insegnamento sulla mia pratica clinica.

La mia analisi mi portava ad innegabili peggioramenti nell’umore, nel corpo, nella lucidità. Interpretazioni errate, diagnosi usate in maniera mutevole e sovente senza alcun legame con le mie parole o azioni. Giudizi, indicazioni comportamentali da tenere. Quando iniziarono i contrasti personali su tale conduzione, una fase di critica che sovente avviene quando si è realmente al lavoro, incontrai la negazione. Non c’era nulla che non andasse in quel modo di condurre la cura, io ero semplicemente ‘resistente all’analisi’. Non si trattava di una pratica che mi stava nuocendo, quanto io che ero affetto da ‘psicosi’ che mi rendeva impossibile ragionare. Stavo conoscendo quello che R. Pirsig aveva preconizzato:

Una volta che sei dichiarato pazzo, tutto quello che fai è considerato parte di quella pazzia. Le ragionevoli proteste sono negazioni, le paure giustificate sono paranoie… e l’istinto di sopravvivenza, meccanismi di difesa

Ricordo una fredda mattina di dicembre. Lo sferragliare del treno mi impediva di parlare al telefono in maniera chiara: “Non posso venire oggi in seduta, non posso parlare perché il treno mi sovrasta la voce!” Le mie parole incomprensibili non vennero ascritte al rumore del treno, ma ad una parte scissa e psicotica che ne impediva la fuoriuscita.

Entrai progressivamente in una cupa depressione di piombo, una deriva e un isolamento che mi indebolì sino al crollo, fisico e mentale. Lì la mia ‘cura’ si interruppe con una cornetta abbassata in faccia. Il cuore ne risentì in modo grave.

Pagai nel corpo e nella mente. Divenni vittima di un’infinita ripetizione di quel momento, che per molti anni occupò gran parte della mia vita onirica. Un lungo e mortifero disturbo post traumatico da stress ha invalidato gran parte della mia esistenza. Da quel periodo in poi, il mal di cuore non mia ha mai più abbandonato. Ad ogni ripetizione della scena, che non essendo mai potuta uscire dalle sacche asfissianti del non detto si è ripresentata per anni ed anni, il cuore inizia a ingrossarsi e dolere, quasi compresso in una gabbia. La scienza lo chiama ‘tako tubo’, letteralmente cuore in gabbia.

Una depressione causata da un’analisi psicotizzante, sulla quale cercai di chiedere, in seguito, chiarimenti, ottenendo molto tempo dopo una risposta che preconizzava azioni legali qualora io avessi insistito nel chiedere. Ma l’angoscia è anche l’affetto presente laddove c’è desiderio, il che mi ha permesso di immettere quell’esperienza nella mia pratica clinica. Io, che ho visto il dissolversi di tutto e la paura ai miei primi cenni di depressione, ho imparato a mantenere solidamente la posizione nei confronti dei miei pazienti.

Il rapporto analitico si fonda dunque su basi che contengono le premesse per un legame fondato su un assoluto squilibrio di potere (da un lato il soggetto supposto sapere, dall’altro il paziente che giunge in studio in condizioni di sofferenza, dunque di minor capacità contrattuale).

Penso alla mia pratica, ormai ventennale, nel corso della quale ho sempre intravisto e toccato con mano il potere che un analista può avere nelle sue mani. Ricordo l’attenzione estrema verso il viso e l’animo di soggetti fragili, con strutture prepsicotiche, quando mi usciva un tono di voce troppo alto.

O tutte le volte che l’isteria si proponeva in tutta la sua procace e ostentata tendenza al sacrifico e alla seduzione. Ogni giorno, ogni minuto, si devono pesare le parole, perché ciò che per analista può essere un refuso della parola, per l’analizzante può divenire minaccia, allusione, imposizione.

Esercito nella messa in discussione quotidiana col quesito di fine giornata: ho toccato il limite dell’angoscia che ognuno può sopportare? Ho forse incarnato alla lettera chi costui voleva che io fossi, o sono riuscito a occupare la sola posizione possibile, quella del vuoto? Ho dato fiato al mio narcisismo quando l’analizzante raccontava i suoi sogni erotici? E con quell’altro, quello che milita in quel partito che io avverso nella quotidianità, cosa ho messo in campo? Il mio lavoro o le mie sporchissime questioni personali? L’evoluzione in una dimensione fascista e autoritaria dell’analisi è inversamente proporzionale al lavoro che un analista opera su se stesso, e lo sottopone al vaglio altrui, oltreché a quello della sua coscienza. Per fermare un Golem quando inizia a seminare distruzione, ci vuole un rabbino. Quello che so è che di notte, quando quelle scene tornano, prendo in braccio mia figlia, e assieme andiamo in giardino, ad osservare l’Orsa Minore. Quello che so è che il suo sorriso, per un tempo limitato, interrompe la ripetizione meccanica delle scene che da anni mi hanno privato del sonno. Quello che so è che la sola testimonianza che ho potuto mettere in atto, è una sorta di resistenza umana, e clinica, a ciò che ho patito. Dunque ben vengano le lettere di denuncia, anche aggressive, se permettono di aprire una discussione su queste zone grigie.