Emergenza suicidi, perdere il lavoro per qualcuno è perdere la vita

La pandemia ha contribuito a acuire sofferenze pregresse dell’anima non sempre visibili

Il suicidio è un tema delicato da affrontare, sempre. Ancora di più in un momento dove le fragilità individuali sono esposte per l’incertezza da cui siamo bombardati in questo periodo di crisi mondiale. Non sono aggiornati i numeri, ma è indubbio che una situazione come quella creata dal coronavirus potrebbe aumentare i casi di suicidio. Ne parliamo con il noto psicoanalista Maurizio Montanari, Responsabile del centro di psicoanalisi LiberaParola e collaboratore del Fatto Quotidiano, che ci mette a disposizione la sua esperienza e la sua professionalità. In primo luogo, infatti, è bene affrontare questi temi con persone realmente preparate. «Cominciamo con lo specificare che è sbagliato dire che è l’isolamento che porta necessariamente a gesti estremi, dice Montanari, piuttosto è più probabile che ci siano problematiche e patologie pregresse che, in molti casi sono compensate dal lavoro e quindi, venendo a mancare l’impegno quotidiano nonchè l’ingaggio col legame sociale, vengono a galla». In questo senso è sbagliato o comunque una semplificazione scorretta parlare di suicidi legati al coronavirus.

Il trauma della perdita del lavoro

«È evidente, spiega Montanari, la correlazione tra la perdita lavoro e il suicidio. Già nel rapporto Osservasalute del 2012, per la prima volta si evidenziava come, perdere il lavoro non era concausa ma causa diretta di molti tentativi suicidiari, stimati già a quel tempo in un aumento del  il 20 % o 30% , dati 2016.

Questa crisi colpisce maggiormente chi è a metà della vita, in un’età compresa tra i 40 e i 50 anni. Si uccidono imprenditori, dipendenti, titolari di aziende colpite dal sisma, operai avvisati dell’imminente delocalizzazione, tramite un sms. Ma in questa falcide, la clinica indica che sono i più deboli strutturalmente quelli che per primi si chiamano fuori. I più esposti sono i melanconici o chi soffre di depressione e fa fatica a tenersi attaccato al mondo. In questi casi un’occupazione minimale è salvavita. Se il lavoro finisce di colpo, per questi soggetti è come un salto nel vuoro. A tal proposito ideai anni fa il progetto Lavorare stanca, non lavorare uccide, con il mio comune di residenza, col quale viene dato un aiuto psicologico anonimo e gratuito per chi stava per compiere gesti estremi.

Nell’incertezza non trovano più speranza. Chiaramente sono colpiti prima i più deboli e melanconici o chi soffre di depressione e fa fatica a tenersi attaccato al mondo. In questi casi un’ occupazione minimale è un salvavita. Se il lavoro finisce di colpo, per questi soggetti è come un salto nel vuoto.

Non parliamo solo di chi decide per un gesto estremo, ma anche di tutti coloro che cadono in una forma di depressione profonda e magari cominciano a bere, isolarsi, o giocare d’azzardo.

Quando si perde il lavoro i più fragili ‘abbandonano la vita’, anche con delle forme di isolamento. Ho sentito dei figli che chiedevano aiuto perchè i genitori licenziati se ne stavano a casa da mesi, abusando di alcolici, cibo e psicofarmaci. Gli “invisibili sociali” solitamente faticano a chiedere aiuto e la perdita del lavoro è un’onta, una vergogna.

Con la pandemia molte piccole aziende sono collassate e le stesse davano da lavorare a tanti: il loro lavoro non ci sarà più ,non si può non pensare che la chiusura di piccole e medie imprese non possa avere ripercussione. Ci attende una lunga fase di stagnazione e un aumento delle tendenze suicidare».

Il recupero psicologico di medici e infermieri

«Un altro aspetto che tengo a sottolineare, spiega sempre Montanari, riguarda il recupero psicologico degli operatori sanitari e sull’effetto post traumatico da stress a cui inevitabilmente saranno sottoposti.

Questi medici sono senz’altro persone rodate, ma la questione qui è anche nella quantità inimmaginabile di morti, qualcuno mi ha detto che si è sentito quasi tramutare da medico in necroforo, obbligato ad un quotidiano conteggio dei morti, e la cosa peggiore è che molti medici o infermieri non sopportano di essere carnefici che dividono i famigliari da chi sta morendo. Fanno la cosa giusta ma umanamente è straziante dover dire di no ai parenti che magari volevano salutare per l’ultima volta il paziente in fin di vita.

Non si può non pagarne le conseguenza. Nel gergo militare si dice che l’effetto arriva quando le ceneri saranno basse. Questo significa un incremeto nel corpo medico del disturbo post traumatico da stress. Va comunque bene applaudire ed elogiare adesso il loro operato, ma non dimentichiamoceli dopo, quando la fase acuta sarà finita e loro avranno bisogno di rielaborare una serie di cose e sedimentare il trauma».

Il prezzo da pagare

«La decisione del governo circa il lockdown è stata corretta, o ci sarebbe stata un’ecatombe ma c’è sempre un prezzo da pagare. E in questo contesto è molto alto perchè ha contribuito a acuire sofferenze pregresse dell’anima non sempre visibili»